Paolo Emilio Antognoli

Paolo Emilio Antognoli

Il cerchio è il simbolo solare per eccellenza, presente in tutte le culture. Nella nostra è anche simbolo di unità, di unione. E la bipartizione del cerchio risulta da una riflessione su alcune bipolarità archetipiche (chiaro-scuro, luce-ombra, positive-negativo,.) attinte attraverso il pensiero di Jung. E accanto al cerchio altre figure gemetriche si pongono, ricche di valore simbolico e rituale.

 

Con l’intezione di introdurre alla pittura di Lini vorrei osservare una "Partitura" del '96. Il dipinto si presenta con tré elementi geometrici di cui quello centrale, agli altri diverso, è un quadrato, posto poco sopra il centro del quadro. Ma dire quadro rimane forse poco informativo: perché Lini vuole o intende mostrare un “oggetto”. Al contrario dell'intellettualità di Mondrian costruisce una imprimitura grumosa di gesso e colla, e la colora per far risaltare la sua materialità.

Il "pezzo" in questo modo ottenuto, dalle configurazioni enigmatiche, diventa qualcosa di simile ad un cippo, ad una stele. Il grumo colorato, luce che affiora, radente, ma che non penetra, resta come ad avvolgere l’oggetto mentre ne fa parte. Ha una dimensione artigianale ed una destinazione sacrale, così come c'è la pittura in bottega di un'icona e la sua finale assunzione ad oggetto di culto.

 

Ad una sua mostra pisana ammirai un quadro, collocato al centro di una parete, uno della serie delle "Partiture", con il quadrato centrale ricco di grumi. Lo osservai da vicino: era evidente la sua consistenza oggettuale come fosse il frontale di un antico armadio esotico con il suo colore scuro di terra bruciata, di ombroso sottobosco. Direi insomma come la presenza di un oggetto antico, autorevole, enigmatico. Non saprei se ebbi l'impressione di una presenza umana, forse no, ma certo di una presenza affermativa.

 

Ma questa consistenza mi suggerisce di tornare a quella "Patitura". A quel suo arcaico aspetto, ammantato di luce etrusca. È forse uno sguardo mancato, impenetrabile. Non occhi, viso, corpo, ma solo uno sguardo che non ci è giunto, o che viceversa non riusciamo a vedere: è la volontà di uno sguardo. Se alla origini della stele arcaica c'è un'idea antropomorfa, qui c'è una perdita di quella.

 

Forse Lini desidera proprio questo: di essere rassicurato da questo oggetto sia in quanto culmine di una ricerca incessante, sia soprattutto come rivelazione di un'idea sacrale; quindi, a mio avviso, la probabilità della ricerca di una presenza paterna, associata al colore della terra etrusca. Il quadrato, il cerchio, collocati nella zona dell'attenzione che si impone attraverso la finestra aurea. Quella sorta di " bottoni materici ", grumi di gesso e colla, che stanno all'opposto dei " fori " di Fontana.

Non l'intimo desiderio di andare oltre, di sondare l'ignoto e di svelare la materialità della tela, ma piuttosto di riportare l’universo in quell'oggetto mistificato nella luce, con il suo frontale d'armatura a conservare la propria autorità.

 

Quel che conta è l'energia che deriva dalla relazione con questo oggetto, con questo quadro, in una dimensione che vuole essere sacra. Il corso della ricerca sembra volgersi, in un certo senso, ad una sorta di teologia: l'atto che induce a credere che un essere ci sia li davanti agli occhi, padrone della propria apparenza, viene eluso e non immediatamente espresso. E questo è affascinante e enigmatico: segreto che ci spinge nuovamente a cercare. Paolo Emilio Antognoli, Seravezza, 1998