La poesia dipinta, Dino Carlesi

La poesia dipinta, Dino Carlesi

Galleria Mentana, Firenze, 1994.
Anche Lini sa bene che non può farsi creatore del mondo o influire sulla vita dei raccolti, sulle carestie o sulla morte, ma sa di possedere il gesto che rivela la coscienza del proprio esistere in rapporto con le cose e con i fenomeni, e sa anche di poter usare l'immagine dipinta o scritta per tramandare (fino a domani mattina o per l'eternità: ma che conta?) la memoria della materia: è il suo modo di «vincere la morte» attraverso la personale resurrezione visiva di un «gesto» da consegnare alla storia della memoria.

Mi pare che in Lini (come in altri pittori che sognano queste poetiche) si possa intravedere il baluginare di certe situazioni, conoscitive ed emotive insieme, che devono trovare — per urgenze vitali e morali — la forza per emergere alla luce, per realizzare attraverso simboli e metafore una sintassi imprevedibile, legata strettamente al dramma esistenziale dell'uomo. I linguaggi (nonostante i tempi che corrono!) non possono (e non debbono) servire solo per scambi pratici — commerciali, burocratici, politici, scientifici — ma anche per segnare il filo sottile di una vibrazione personale, un amore, un sogno, un errore, una rabbia, un'elegia: tutti «momenti» disinteressati e nobili che vivono solo della loro resa di bellezza formale, anche se solo alcuni riescono a coglierla. Momenti «che non rendono» venalmente, sfiorano appena la solennità dei «poteri costituiti» sono perdenti su tutti i piani tranne che su quello del rapporto lirico con gli ingredienti del «quotidiano», che sembrano di nessun valore ma che divengono per alcuni di estremo e assoluto interesse.
Dino Carlesi, cat. alla mostra, Galleria Mentana, Firenze, marzo 1994.