I luoghi dell'Annunciazione, Giancarlo Majorino

I luoghi dell'Annunciazione, Giancarlo Majorino

Chiostro di S. Agostino - Galleria Kontraste, Pietrasanta (LU), 2000.
Provvisorio - costituito di poesie scritte dal 1970 al 1981, con poche eccezioni, - è un testo di provenienza diversa, eterogeneo, spesso oggetto di attenzione presso pittori e musicisti. Ad una prima valutazione si caratterizza per l'uso di variazioni e innovazioni tecniche che si rivolgono ad una ricezione tanto della vista quanto dell'udito: un diverso rapporto tra scritto e bianco, tra suono e silenzio, una voce alterata, un silenzio fatto di echi.

Vivono in esso drammatiche testimonianze dal vivo, quale Denti di latte, insieme a momenti di una scrittura impalpabile, astratta, quasi a voler dipingere nell'aria, forzandola a fermarsi nella costituzione di un'immagine: un tuffo, come una figura che si libera nel vuoto, ma a guardar bene l'acqua non c'è, il trampolino nemmeno e dentro gli occhi ora più attenti solo questo rimane: la traccia di una curva, il soffio di una voce e basta. Transiti dunque, suoni, accenni, il non parlare e piegarsi nelle voci degli altri, quell'ampiezza e possibilità che aveva allora l'assemblea per i luoghi della rivolta giovanile.

Tutto questo si è costituito, credo, in un sistema di scrittura fatta di pigmenti fonetici che, come tali, avevano ed hanno un duplice indirizzo: per l'occhio e per l'orecchio. Effetti di rallentamento ed accelerazione, acquisizioni, teatralizzazioni, inserimenti da segreteria meccanica, moduli ripetuti e quasi ipnotici, interferenze e alternanze a vari livelli, impressi in una forma spaziale adatta: versi e strofe costituiti su una rateizzazione visiva equivalente che si scompone e ricompone - come già scritto per la quarta parte del libro e le Ultime - tra rivoglia di cantare, fedeltà partecipante a ciò che accade e argomentazioni contro.

"Con e contro" sarebbe forse più esatto annunciare, riconducendo, anche se a malincuore, tenuta per i polsi a capo voltato, la scrittura di versi, questo non meno di altre. Ed è qui che appare l'origine, o meglio le origini, di quel ripiegamento e sgretolamento del cosmo sintattico che era ed è anche metafora delle condizioni innaturali che viviamo, non solo il voler fermare e formare lo scorrere di una penna o i suoni di una bocca, ma con essi e oserei dire oltre essi è la tremenda scena del mondo rotto in due che preme perché lo si tolga dal silenzio assoluto, dal frasario che copre, cappa e rete.
Ed è in questo punto - ora che mi ritrovo a intessere con quanto già scrissi per Provvisorio - che avverto il contatto fraterno con quanto Arturo Lini, per i modi e i tempi della pittura va proponendo, tra il suo alfabeto di immagini e colori che vogliono attraverso il simbolo quasi costituirsi in segno, e le parole di un testo che si dispongono, nell'aria e nella pagina, ad una iconicità densa, astratta e ugualmente pregnante.

Ma aldilà delle argomentazioni specialistiche, quell'andare per il mondo attraverso corsie già costituite che sempre ho evitato, ritrovo ancora oggi intatta quell'essenza, quel sapore di luogo di confine, dello scontro-incontro con l'extra testo che il poeta può perseguire e di cui Provvisorio è custode se non celebrazione: dietro ogni disgregazione, e dello sfacelo di cui mi sentivo ricco, cambiando continuamente posizioni e ritmi, senso e metro, con l'intero corpo in ciò che stava accadendo e accade.

Ed è questo l'augurio che mi sento di porgere ad ogni genuina esperienza artistica, alta o diversa che sia: di ritornare comunque alla vita, sia per il silenzio di una bocca spalancata, come quando tolgono l'audio è stato scritto, ho scritto, e che sembra vivere dunque solo per la propria immagine, che attraverso la luce sortita dagli occhi di un volto che riesca a dire, dalla pagina o da uno specchio – ultima stazione di questo pietrasantino percorso pittorico di Lini - quello che le parole o le immagini più non potevano, o viceversa.
Giancarlo Majorino, prefazione al catalogo, I luoghi dell'Annunciazione, Pietrasanta (LU), 2000