Palazzo Comunale - Massarosa (LU)

Dal 28 settembre al 31 dicembre 2019: "Memorie di padule", mostra fotografica  di Amerigo Pelosini. Quando Amerigo impugna la sua Reflex lo fa – semplificando – tendendo a due scopi e con due motivazioni differenti: la prima modalità è funzionale alla pubblicazione di libri sul territorio, e in questo caso gli aspetti documentativi e rappresentativi si fanno più pressanti. E’ necessario talvolta scendere a qualche compromesso privilegiando la comprensibilità, l’esaustività e i vincoli editoriali. La seconda modalità – ed è quella che ci interessa in questa sede – esprime, io credo, la vera anima dell’autore: la sua poetica, il suo approccio visivo, il suo stile. In questo caso, qualsiasi compromesso è assolutamente bandito; Amerigo fotografa esclusivamente per se stesso: per ritrovare nel mondo esterno, e in particolare nell’ambiente naturale, quello che è il suo mondo interiore, maturato negli anni attraverso una lunghissima frequentazione dei luoghi, e una profonda e intima pratica “del vedere”. 

Le composizioni nelle fotografie di Amerigo hanno sempre qualcosa di non compiuto, una tensione irrisolta che mantiene vivo l’interesse per l’immagine andando quindi oltre la piacevolezza del primo sguardo….quando tutto sembra essere perfetto e non c’è niente da aggiungere; in questo caso invece, ciascun osservatore è libero di ‘poter aggiungere’; l’autore lascia una breccia attraverso la quale penetrare nell’immagine e farla propria. Amerigo – osservando anche i suoi precedenti lavori - sembra essere sintonizzato su una ben precisa porzione di spazio rappresentato: non scene troppo ampie, da paesaggista, e nemmeno scene troppo strette che mostrino solo un singolo dettaglio; le fotografie di Amerigo mostrano generalmente una serie di elementi, talvolta eterogenei, che in un certo qual modo dialogano tra loro, anche tramite dissonanze; paragonando la fotografia di Amerigo a un genere musicale, si potrebbe tranquillamente affermare che si tratti di Jazz….anzi Fusion.

 Questa precisa ‘quantità di spazio rappresentato’ consente una duplice modalità di osservazione: è possibile infatti attraverso un processo deduttivo, ricondursi quasi sempre all’ambiente o comunque al contesto, di cui la fotografia rappresenta un particolare, e in questo caso rimanere aderenti all’aspetto, potremmo dire, figurativo; ma seguendo un processo mentale complementare, è possibile distaccarsi dagli aspetti figurativi, per immergersi completamente in suggestioni e visioni astratte. E la cosa interessante è proprio il poter passare da una modalità visiva all’altra, mantenendo la medesima posizione di osservazione. L’osservatore ha quindi la possibilità di muoversi nello spazio della rappresentazione, alternando alla visione ‘figurativa’, nella quale ogni elemento rappresentato ha un nome e una forma propri, una visione invece che fa a meno di etichette e definizioni: una visione di pura luce e colore, di linee e superfici; qualcosa che si avvicina - e talvolta riesce a toccarlo -  al puro astrattismo. Ci muoviamo su due piani: quello dalla riproduzione fedele e riconoscibile della realtà, e quello di una sua trasposizione in una dimensione astratta. Ma veniamo alla serie di fotografie che Amerigo propone in questa sede, dal titolo “Memorie di Padule”.

 L’effetto prospettico, grazie anche all’utilizzo di un teleobiettivo, è praticamente azzerato: ci troviamo di fronte a immagini apparentemente prive di profondità o meglio, immagini nelle quali i vari piani si schiacciano fin quasi a sovrapporsi. Anche la ‘profondità di campo’ - vale a dire la porzione di spazio che risulta perfettamente a fuoco - è estremamente ridotta, originando sulla campitura fotografica la compresenza di elementi a fuoco, nitidissimi, ed elementi sfocati, cui si aggiunge in alcune immagini l’effetto di leggera ondulazione della superficie dell’acqua mossa da una lieve brezza. Tutto ciò dà luogo – all’interno di immagini caratterizzate da una specularità verticale e da un elevato rigore compositivo – ad una sensazione di straniamento che si fa via via più intensa al procedere dell’osservazione. 

L’immediato tentativo – talvolta con esito positivo – di dare un senso a ciò che stiamo vedendo, ricercando la linea dell’acqua e distinguendo così l’immagine diretta da quella riflessa, risulta comunque, dopo un po’ di tempo, vano: è il gioco di linee e di superfici, di alternanze cromatiche, di luci ed ombre, di elementi a fuoco, fuori fuoco e ‘increspati’ a prendere il sopravvento, portandoci in una dimensione altra: che non è più il padule con i ricoveri per i barchini e le bilance; è una dimensione mentale e astratta, che perde ogni legame con la realtà dalla quale proviene; una dimensione di quiete e di silenzio: una dimensione che trascende l’apparenza. Una sensazione che provo, ogni volta che osservo un lavoro fotografico di Amerigo, è la mancanza di appagamento visivo: non c’è un già visto, non sopraggiunge la sazietà. Se le fotografie sono visibili - come in questo caso - all’interno di uno spazio espositivo, la tentazione di rifare il giro più volte è forte, e ogni volta sembra di poter arrivare un po’ più vicini al sentire del fotografo; ogni volta sembra di poter trovare una quadra, un disegno sotteso, una chiave di lettura….e ogni volta scorgiamo un particolare che non avevamo visto, un dettaglio che diventa significativo….e il viaggio continua. Buon viaggio, allora! Eloj Lugnani

Palazzo Comunale, Massarosa, orario: nell'apertura degli uffici

 
motivazioni differenti: la prima modalità è funzionale alla pubblicazione di libri sul territorio, e in
questo caso gli aspetti documentativi e rappresentativi si fanno più pressanti. E’ necessario talvolta
scendere a qualche compromesso privilegiando la comprensibilità, l’esaustività e i vincoli editoriali.
La seconda modalità – ed è quella che ci interessa in questa sede – esprime, io credo, la vera anima
dell’autore: la sua poetica, il suo approccio visivo, il suo stile. In questo caso, qualsiasi
compromesso è assolutamente bandito; Amerigo fotografa esclusivamente per se stesso: per
ritrovare nel mondo esterno, e in particolare nell’ambiente naturale, quello che è il suo mondo
interiore, maturato negli anni attraverso una lunghissima frequentazione dei luoghi, e una profonda
e intima pratica “del vedere”.
Le composizioni nelle fotografie di Amerigo hanno sempre qualcosa di non compiuto, una tensione
irrisolta che mantiene vivo l’interesse per l’immagine andando quindi oltre la piacevolezza del
primo sguardo….quando tutto sembra essere perfetto e non c’è niente da aggiungere; in questo caso
invece, ciascun osservatore è libero di ‘poter aggiungere’; l’autore lascia una breccia attraverso la
quale penetrare nell’immagine e farla propria.
Amerigo – osservando anche i suoi precedenti lavori - sembra essere sintonizzato su una ben
precisa porzione di spazio rappresentato: non scene troppo ampie, da paesaggista, e nemmeno scene
troppo strette che mostrino solo un singolo dettaglio; le fotografie di Amerigo mostrano
generalmente una serie di elementi, talvolta eterogenei, che in un certo qual modo dialogano tra
loro, anche tramite dissonanze; paragonando la fotografia di Amerigo a un genere musicale, si
potrebbe tranquillamente affermare che si tratti di Jazz….anzi Fusion.
Questa precisa ‘quantità di spazio rappresentato’ consente una duplice modalità di osservazione: è
possibile infatti attraverso un processo deduttivo, ricondursi quasi sempre all’ambiente o comunque
al contesto, di cui la fotografia rappresenta un particolare, e in questo caso rimanere aderenti
all’aspetto, potremmo dire, figurativo; ma seguendo un processo mentale complementare, è
possibile distaccarsi dagli aspetti figurativi, per immergersi completamente in suggestioni e visioni
astratte.
E la cosa interessante è proprio il poter passare da una modalità visiva all’altra, mantenendo la
medesima posizione di osservazione.
L’osservatore ha quindi la possibilità di muoversi nello spazio della rappresentazione, alternando
alla visione ‘figurativa’, nella quale ogni elemento rappresentato ha un nome e una forma propri,
una visione invece che fa a meno di etichette e definizioni: una visione di pura luce e colore, di
linee e superfici; qualcosa che si avvicina - e talvolta riesce a toccarlo - al puro astrattismo.
Ci muoviamo su due piani: quello dalla riproduzione fedele e riconoscibile della realtà, e quello di
una sua trasposizione in una dimensione astratta.
Ma veniamo alla serie di fotografie che Amerigo propone in questa sede, dal titolo “Memorie di
Padule”.
L’effetto prospettico, grazie anche all’utilizzo di un teleobiettivo, è praticamente azzerato: ci
troviamo di fronte a immagini apparentemente prive di profondità o meglio, immagini nelle quali i
vari piani si schiacciano fin quasi a sovrapporsi.
Anche la ‘profondità di campo’ - vale a dire la porzione di spazio che risulta perfettamente a fuoco -
è estremamente ridotta, originando sulla campitura fotografica la compresenza di elementi a fuoco,
nitidissimi, ed elementi sfocati, cui si aggiunge in alcune immagini l’effetto di leggera ondulazione
della superficie dell’acqua mossa da una lieve brezza.
Tutto ciò dà luogo – all’interno di immagini caratterizzate da una specularità verticale e da un
elevato rigore compositivo – ad una sensazione di straniamento che si fa via via più intensa al
procedere dell’osservazione.
L’immediato tentativo – talvolta con esito positivo – di dare un senso a ciò che stiamo vedendo,
ricercando la linea dell’acqua e distinguendo così l’immagine diretta da quella riflessa, risulta
comunque, dopo un po’ di tempo, vano: è il gioco di linee e di superfici, di alternanze cromatiche,
di luci ed ombre, di elementi a fuoco, fuori fuoco e ‘increspati’ a prendere il sopravvento,
portandoci in una dimensione altra: che non è più il padule con i ricoveri per i barchini e le bilance;
è una dimensione mentale e astratta, che perde ogni legame con la realtà dalla quale proviene; una
dimensione di quiete e di silenzio: una dimensione che trascende l’apparenza.
Una sensazione che provo, ogni volta che osservo un lavoro fotografico di Amerigo, è la mancanza
di appagamento visivo: non c’è un già visto, non sopraggiunge la sazietà. Se le fotografie sono
visibili - come in questo caso - all’interno di uno spazio espositivo, la tentazione di rifare il giro più
volte è forte, e ogni volta sembra di poter arrivare un po’ più vicini al sentire del fotografo; ogni
volta sembra di poter trovare una quadra, un disegno sotteso, una chiave di lettura….e ogni volta
scorgiamo un particolare che non avevamo visto, un dettaglio che diventa significativo….e il
viaggio continua.
Buon viaggio, allora!
Eloj Lugnani